Kitchen, Banana Yoshimoto.

Un libro caldo e saporito come una zuppa di miso con alga nori. 96 pagine di spremuta di cuore. Un’ulteriore divisione in due parti di quello che rimane della spremuta e un racconto aggiuntivo che esula dalla trama di Kitchen ma non dalle sue tematiche di morte e magia.

kitchenPer quanto potessi essere affamata, io sono una professionista. Quel katsudon era preparato con assoluta maestria. Si poteva definirlo un capolavoro. Buona la qualità della carne, gustoso il sapore del sughetto, perfetto il punto di cottura di uova e cipolle, buona la qualità del riso, anch’esso cotto al punto giusto. Non c’era il più piccolo difetto…

Banana Yoshimoto potrebbe essere definita una scrittrice surreale e introspettiva, riflessiva ma istintiva. Una giovane autrice (il romanzo è stato pubblicato nel 1988) che racconta qualcosa di  difficile come la morte delle persone care, con cura e attraverso pause ben cadenzate.
Mikage, la nostra giovane protagonista, si ritroverà ad essere sola. Morta l’unica persona che ancora costituiva la sua famiglia, sua nonna, proverà un infinito e interminabile senso di vuoto e di solitudine colmabile solo, e in minima parte, nella cucina di casa sua, calda e accogliente. La famiglia d’origine, ci racconta il romanzo, non sempre è quella che conserviamo per tutta la vita e così, Mikage, accetterà l’invito di un giovane amico di sua nonna di andare a vivere con lui e con sua madre Eriko. Il libro affronta un argomento molto difficile e nonostante la malinconia, nonostante quel senso di vuoto che solo chi perde qualcuno può sentire davvero, ti fa pensare che sia possibile essere felici per il semplice fatto che si decide di esserlo. 

Sarà l’amore e la concretezza di portare a termine i propri obiettivi a fare crescere Mikage e a tirarla fuori dalla spirale di dolore nella quale era caduta. Il libro racconta attimi difficili e anche se in alcuni momenti tutto pare tranquillo, il lettore sarà scosso da un evento inaspettato, inquietante ma catartico per i personaggi che lo vivranno.

Banana Yoshimoto, nonostante l’amaro che riversa fra le righe dei suoi romanzi, canta sempre  la canzone della speranza, non ci sono ruoli ben delimitati, libertà negate, giudizi ipocriti, tutto semplicemente fluisce, bisogna solo accogliere le pagine inchiostrate.

Ja ne!

Romina

Le immagini di questo articolo sono tratte da Google.

                                      

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