Sanshirō, Natsume Soseki

Sanshirō è un bel libro, e come spesso mi succede quando leggo i romanzi giapponesi, rimango perplessa, né bene né male: perplessa. Questo romanzo, come si usava all’epoca, fu pubblicato a puntate sul giornale”Asahi”, nel 1908. Soseki era un intellettuale, noto nel suo tempo anche per aver mantenuto una posizione critica e anticonformista nei confronti della realtà che lo circondava, affrontando problematiche importanti come quella dell’individualismo.

Luisa Bienati, nel suo saggio letterario e linguistico dedicato alla letteratura giapponese, parla della ricerca dell’identità espressa dall’autore, definendola: “…Un individualismo etico, che non è egocentrismo ma sviluppo di una propria individualità come condizione di felicità nel rispetto della libertà e della felicita degli altri. Come per il protagonista di Kokoro, il più famoso romanzo di Soseki, anche per il giovane sanshiro il prezzo da pagare per la realizzazione di sé, è la solitudine”. 

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Il romanzo racconta le vicende di Sanshirō, un ragazzo cresciuto nella remota provincia giapponese, che si trasferisce a Tokyo per studiare all’università. La scena si apre con il protagonista seduto sul treno, diretto nella grande città. Immagine, preludio di
speranza, che soccomberà invece a una serie di stramberie che Sanshirō si troverà a vivere, (come l’episodio della donna sconosciuta incontrata sul treno, con la quale dovrà dividere la stanza per una notte). I personaggi che Sanshirō conoscerà, avranno caratteristiche ben precise e diverse: il professor Hirota, spirito critico del romanzo, Yojiro, personaggio negativo e profondamente egoista, Nonomiya, lo studioso chiuso perennemente nel suo laboratorio, e poi Yoshiko e Mineko, personaggi femminili emancipati e in netto contrasto con la figura femminile materna del vecchio Giappone. Il libro, benché abbia tutte le caratteristiche di un romanzo di formazione, lo è solo in parte, la storia non ha infatti un epilogo vero e proprio, ma lo avrà nei successivi due romanzi: “Sore kara” (E dopo) 1909 e Mon (Il portone), 1910.%e3%81%9d%e3%82%8c%e3%81%8b%e3%82%892

Sanshirō vive questa nuova realtà come se esistesse dentro tre mondi: in uno c’è la sicurezza e il calore del suo passato, della sua casa, di sua madre; in un’ altro c’è il mondo universitario, tanto affascinante quanto “polveroso” e privo dell’esperienza della vita reale; e poi c’è il mondo fuori dalla finestra, fatto di luci, di scintillio e di sfarzo.

Dei personaggi presentati, sicuramente due vi susciteranno reazioni diametralmente opposte, uno è il professor Hirota, che col suo spirito di osservazione cinico ci regala la vera essenza di questo romanzo, che rimane pur sempre una critica allo stravolgimento culturale subito dal Giappone a partire dalla rivoluzione Meiji. Una frase fra le altre è quella più densa di significato secondo me, nel primo incontro fra Hirota e Sanshirō, infatti, il primo si rivolge al secondo esortandolo ad osservare il monte Fuji: “il luogo più famoso del Giappone, l’unica cosa di cui possiamo andare orgogliosi. Ma il Fuji non l’abbiamo costruito noi, è sempre esistito sin dai tempi lontani…”

Se le conoscenze maschili, mandano Sanshirō in confusione, quelle femminili lo lasciano senza parole e con una confusione totale su ciò che sia giusto fare o meno, Mineko, altro personaggio che osserveremo con una lente di ingrandimento, sarà la donna che gli farà perdere la testa, e purtroppo per lui, classica “gatta morta” o per definirla con le parole di Hisako Takahashi contenute nel suo saggio ‘An analysis of sanshiro in conjunction with the visul arts‘: In the interview Soseki reveals his intention to portray in Sanshiro a female character modelled on Felicitas from Es War (Hermann Sudermann, Stuttgart: I.G. Cotta’schen, Buchhandlung, 1895), which Soseki had read in English translation as The Undying Past (B.Marshall, trans. London: J. Lane, 1906). He labelled the character type of Felicitas ‘unconscious hypocrite’, a woman who pursues a man without any feelings of guilt through unconscious and instinctive exploitation of her charms. (una donna che insegue un uomo senza alcun senso di colpa ma solo attraverso lo sfruttamento inconscio e istintivo del suo fascino). La confusione e il senso di vuoto di Sanshirō, saranno anche i vostri, avrete voglia di offrirgli riparo in casa vostra piuttosto che vederlo così solo e perso.

41upp-6srml-_sx328_bo1204203200_In un passo del romanzo, il protagonista troverà dentro le pagine di un libro preso in prestito in biblioteca, delle note scritte a margine da un ammiratore anonimo di Hegel, un’accusa potremmo dire rivolta a tutti gli studenti giapponesi: “voi studenti giapponesi … siete solo dattilografi, o meglio, dattilografi ambiziosi. Ciò che dite, fate e pensate non ha nessun rapporto con la forza vitale della società che si sta trasformando. Resterete sempre così, passivi fino alla morte, fino alla morte”. E’ chiaro che Soseki cerca attraverso un’accusa forte come questa, di orientarsi e orientare il lettore nel labirinto della nuova realtà che fa parte di un momento storico davvero decisivo per il futuro del Giappone.

È un bel romanzo, di quelli dove ti affezioni al protagonista e vorresti solo vederlo felice.

Ja ne!

Romina

Le immagini di questo articolo sono tratte da Google.

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